7.10.11

New works


Ka-boom, bang & boogie wonderland



Né dans la rue



Uppercut-up



Pour optimistes



Eternal impression



Standard Jet Lag



Contre la civilité 



Short filmography



Not your girls next door



Business



Look at me



Paris plein tarif



My beautiful dark twisted gang bang fantasy




Words from the west



World of noise


26.7.11

Dietro un'enorme, impenetrabile "vu" doppia


[...]
Con l'aria dei vecchi che prevedono il tempo che farà, Marcovaldo mise il naso fuori e disse: - Stanotte sarà di nuovo una notte di GNAC. 
Qualcuno bussava alla mansarda. Aprirono. Era un signore con gli occhiali. - Scusino, potrei dare un'occhiata dalla loro finestra? Grazie, - e si presentò: - Dottor Godifredo, agente di pubblicità luminosa.
"Siamo rovinati! Ci vogliono far pagare i danni!" pensò Marcovaldo e gia si mangiava i figli con gli occhi, dimentico dei suoi rapimenti astronomici. "Ora guarda alla finestra e capisce che i sassi non possono essere stati tirati che di qua". Tentò di mettere le mani avanti: - Sa, son ragazzi, tirano così, ai passeri, pietruzze non so come mai è andata a guastarsi quella scritta della Spaak. Ma li ho castigati, eh, se li ho castigati! E può star sicuro che non si ripeterà più.
Il dottor Godifredo fece una faccia attenta. - Veramente io lavoro per la "Cognac Tomawak", non per la "Spaak". Ero venuto per studiare la possibilità di una rèclame luminosa su questo tetto. Ma mi dica, mi dica lo stesso, m'interessa.
Fu così che Marcovaldo, mezz'ora dopo, concludeva un contratto con la "Cognac Tomawak", la principale concorrente della "Spaak". I bambini dovevano tirare con la fionda contro il GNAC ogni volta che la scritta veniva riattivata.
- Dovrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso - disse il dottore Godifredo.
Non si sbagliava: già sull'orlo della bancarotta per le forti spese di pubblicità sostenute, la "Spaak" vide i continui guasti alla sua più bella rèclame luminosa come un cattivo auspicio.
La scritta che ora diceva COGAC ora CONAC ora CONC diffondeva tra i creditori l'idea di un dissesto; a un certo punto l'agenzia pubblicitaria si rifiutò di fare altre riparazioni se non le venivano pagati gli arretrati; la scritta spenta fece crescere l'allarme tra i creditori; la "Spaak" fallì.
Nel cielo di Marcovaldo la Luna piena tondeggiava in tutto il suo splendore. Era l'ultimo quarto, quando gli elettricisti tornarono a rampare sul tetto di fronte. E quella notte a caratteri di fuoco, caratteri alti e spessi il doppio di prima, si leggeva COGNAC TOMAWAK, COGNAC TOMAWAK, COGNAC TOMAWAK che s'accendeva e si spegneva ogni due secondi. Il più colpito di tutti fu Fiordaligi; l'abbaino della ragazza Lunare era sparito dietro un'enorme, impenetrabile "vu" doppia. 

Italo Calvino - Luna e GNAC 

23.6.11

Come faccio se corri come una lepre


[...]

Come definiresti il tuo stile? Quali sono i tuoi soggetti prediletti?

Per molto tempo sono stato influenzato dalla riproducibilità tecnica dell'Arte e più in particolare dalla Pop Art americana. Andavo alla ricerca dei - miti del quotidiano - nella cultura del consumo e dei mass-media, nella società dello spreco, dell'iperproduttività, dei rifiuti e li - esplodevo - attraverso opere pittoriche e video. Per questo motivo ho chiamato il mio stile Trop Art all'inizio della mia carriera e Metropop Art successivamente, quando la ricerca dei feticci che mi interessavano confluiva nei centri urbani all'inizio del XXI secolo. 

I miei soggetti prediletti oggi (quelli grazie ai quali ricevo le migliori stimolazioni) si trovano nella letteratura. Quattro scrittori in particolare hanno modellato la mia estetica e mi piace chiamarli le quattro - B - della mia vita: Ballard, Burroughs, Baudrillard e Bukowski. James Graham Ballard per aver analizzato lo spazio interiore, l'inner space, luogo di incontro tra le pulsioni della psiche umana e le immagini e i simboli veicolati dai mass media. William Seward Burroughs i cui romanzi sono l'espressione più estrema della rabbia psicologica nella letteratura contemporanea, dove l'oscenità viene usata come arma totale attraverso la tecnica del cut-up, una sorta di disintegrazione letteraria. Jean Baudrillard, teorico della postmodernità e della società simulacro, la cui filosofia è fondata sulla critica del pensiero scientifico tradizionale e, ancora più importante, sul concetto di virtualità del mondo apparente. Infine Charles Bukowski, il morboso, l'ubriacone ma anche il raffinato e delicato poeta della quotidianità di una vita dedicata all'ozio e all'autodistruzione. Ecco, la loro dottrina emerge in tutte le mie opere, è alla base della mia logica e influenza sempre le mie scelte stilistiche. Devo molto a queste quattro figure della Storia. 

Come nasce l'ispirazione per i tuoi lavori?

Occidente per principianti. Giro di schiaffi. Scarpe da tennis per non fare rumore. La metrica del quotidiano. Voi uomini siete tutti uguali. Ecco come stanno le cose. Il vino finì in fretta e ordinai un'altra bottiglia. Puoi uscire dalla stanza adesso. New York Stories. Juckebox all'idrogeno. Per chi ama viaggiare con calma, senza fretta. Righine colorate di spessori diversi. Tutti i posti del mondo. Senso altro. Come faccio se corri come una lepre. Sono solo alcuni titoli dei miei quadri, di disegni, acquerelli e di cortometraggi. Sono anche piccole e profonde esperienze del quotidiano ed è esattamente in quei momenti e in quei luoghi che nasce la mia vocazione.

Ho notato che i colori hanno una grande importanza nel tuo lavoro...

Il colore è un elemento fondamentale della mia estetica. Nelle tele il colore è corpo, esplosione, ma è anche segno e traccia. Si sovrappone, si stratifica in un collage che racconta la vita di tutti i giorni: ricordi, istanti, opportunità, per raggiungere una frammentazione inesplorata. Frammentazione che è anche moltiplicazione di valori cromatici e sfondamento della percezione con l'utilizzo di materiali tridimensionali. Una propagazione, questa, alla continua ricerca di spazi altri, di ritmi armonici, del limite tra reale e irreale in una danza suggerita da un occidentale e in aequo Yin e Yang.


[...]

Estratto - Intervista originale di Barbara Bozzola per Tribuna Novarese Anno XXX - N°41
31 maggio 2011

15.5.11

New York Stories

 1

 Quando vidi il grande manifesto mi trovavo fra la Stuyvesant e la 3rd Ave. La percorrevo ogni volta che potevo perché mi colpiva la sua strana inclinazione, era obliqua di pochi gradi rispetto a tutte le altre strade, persino i palazzi ad angolo ne subivano l'attitudine. Vidi il cartellone pubblicitario grazie al gioco di luci intermittenti che lo circondavano e mi fermai a osservarlo. Chiedeva - Economic progress killing the planet? E stava sopra alla vetrina di una videoteca, circondato da un'infinità di altri manifesti e cartelloni, messaggi disciplinati appesi nei punti più disparati della città come a ricordare, sempre e ovunque la dottrina: consuma. 
  Presi il taccuino e copiai quella scena, il manifesto e l'angolo di strada. Trascrissi l'indirizzo e l'ora, le cinque del pomeriggio. Andai con lo sguardo alla vita che proseguiva sotto il cartellone, pensai a tutte quelle persone dal passo veloce che entravano e uscivano dal negozio, a quante avrebbero fatto caso al messaggio pubblicitario e a cosa avrebbero pensato. 


  Rimasi per un momento su quei concetti, infine guardai ancora una volta il manifesto. Con tutte le luci e i colori sembrava la porta per un'altra dimensione. Magari contando tutte le lampadine avrei potuto godere di un viaggio nel tempo, un biglietto di sola andata verso un futuro elettrico e luminescente. Ma erano così tante... Mi appoggiai a un palo della luce su cui erano appuntati volantini con ragazze in topless e contai. Settantatre, settantaquattro... La luce del lampione si fulminò e una tenue pioggia di scintille mi cadde sulla testa. Poi venni distratto da una serie di eventi: un uomo si accasciò lì vicino. Respirava affannosamente seduto sugli scatoloni abbandonati al ciglio della strada. Un taxi svoltò a gran velocità investendoci con la fredda doccia d'acqua di una pozzanghera che nessuno dei due aveva notato prima. Un gruppo di persone all'altro lato della strada rise.


  Infine mi colpì una fitta lancinante alla base del cranio, una lama tagliente, breve ma intensa e vidi un pensiero uscire fuori dalla mia testa. L'orecchio sinistro fischiò come i freni arrugginiti di un treno, poi un forte mal di testa, un cerchio stretto per la precisione, nausea e confusione mentale. Cercai di rilassarmi guardando il manifesto, concentrandomi sulle sue forme e colori, abbassai lo sguardo e mi vidi riflesso nella vetrina del negozio. Fra gli spasmi riconobbi il concetto uscire dall'orecchio dolorante come un fulmine a ciel sereno. Si lasciò dietro una scia luminosa che urtò il lampione, ridandogli per un breve istante la vita e proiettandosi verso l'alto, verso il cielo scuro dal quale venne poi inghiottito. La scia rimase nell'aria come a ricordare il passaggio di un'immagine residua data dall'alta velocità, la mia personale supernova mentale. Era successo tutto così rapidamente che non riuscivo a razionalizzare. 
  Cessato lo stordimento sopraggiunse la rabbia. Ero esausto per l'ennesimo pensiero che decideva di abbandonarmi senza una spiegazione plausibile e per andare dove, poi? 


  Quando mi ripresi del tutto ero ancora una volta di fronte al Kim's Video. Il viavai di gente era impressionante. Gli affari dovevano andare alla grande. Quella del Kim's era una catena di video e musica underground e la sua insegna e l'arredamento erano rimasti fermi agli anni '80. Gli avventori attraversavano il suo vecchio ingresso decisi, senza guardarsi attorno, come cavalli da corsa con i paraocchi. Il manifesto, nel frattempo, non si era spostato di una virgola. 
  Pensai a tutte le insegne della catena, pannelli a luci intermittenti vintage disseminate ai quattro angoli della città e mi chiesi se sopra ciascuna di esse ci fosse lo stesso manifesto, lo stesso varco temporale o dimensionale e quale di essi mi avrebbe ricondotto ai miei pensieri scappati. Me ne convinsi a tal punto che decisi di batterli tutti, partendo proprio da quello che avevo sopra la testa. Avrei recuperato gli evasi e ritrovato la lucidità mentale persa da tempo, vuoto che mi aveva costretto a vagare senza meta, appuntando pensieri sul taccuino quasi con la stessa frequenza con la quale li perdevo dalla testa. 


  Decisi di arrampicarmi sulla facciata del palazzo e di attraversare il passaggio, mi mancava qualche venerdì. Con una comune scala avrei raggiunto il primo piano, mi sarei calato sul tendone del Kim's Bar e da lì alla piccola balconata sulla destra. Da quel punto al passaggio sarebbe stata una passeggiata. Mangiavo le foglie, ma non potevo farlo di giorno. Mi avrebbero preso per un ladro o ancora peggio per pazzo. Mi incamminai in direzione di Union Square pianificando l'operazione che avrei affrontato la notte stessa e passai davanti a una drogheria che mi incuriosì.
  Il negozio era all'angolo fra la East 11th St e Avenue A, tappezzato da piccoli cartelli di latta smaltata che reclamizzavano prodotti di ogni tipo. Sotto il tendone di strisce rosse e gialle c'era uno sportello ATM con accanto il bancone della frutta fresca lucida, quasi fluorescente. A ridosso del marciapiede una Impala del '68 rossa fiammante distribuiva un brano Hip Hop a tutto volume. Era parcheggiata con le ruote anteriori sul marciapiede e circondata da un gruppo di ragazze che ballavano. Le ragazze portavano jeans strappati di alcune misure più grandi e catene intorno alla vita. Ci sapevano fare con la musica, avevano il ritmo nel sangue. Trascrissi la scena sul taccuino. 


  Quando finì la musica mi resi conto che era sera. Mi invitarono con loro, ma avevo una missione da portare a termine. Andai a Nord. 
  Al Kim's Video di St. Mark's Pl ebbi la conferma dei miei sospetti, anche lì c'era un manifesto simile al precedente, esattamente sopra all'ingresso del negozio. Con solo una differenza, le luci. Così a freddo sembravano meno, molte meno. Un particolare da non trascurare. 
  La strada era deserta, ne rimasi al centro a una certa distanza da tutto e da tutti a studiare il piano d'azione. Non mi serviva la scala, bensì una buona dose di fortuna visto che il cartellone era leggermente più in alto del previsto. Mi arrampicai sul palo della luce, mi aggrappai al tendone e passai all'insegna luminosa, dove mi sedetti un momento. Dovevo saltare e prendere al volo un gancio di ferro che fuoriusciva dal muro di mattoni rossi, grazie al quale avrei raggiunto il manifesto. Pensai di mettere qualcosa di morbido fra me e la strada, ma ormai era troppo tardi. Saltai. 


  Il tempo sembrò fermarsi, guardai i tre metri abbondanti che mi separavano dall'asfalto e persi un altro pensiero dall'orecchio sinistro. Tutta quella tensione! Il rinculo mi fece perdere l'equilibrio ma riuscii comunque a non mancare l'appuntamento con il perno. La testa mi scoppiava, presi fiato, mi sollevai e mi presentai. Sulla superficie del manifesto c'era un primo piano di Alan Greenspan goliardico, borse sotto gli occhi, una dorata abbronzatura artificiale e occhiali dalla montatura di tartaruga. Sullo sfondo un'allegoria, i calcoli renali dell'economia mondiale. Risi, pensando al manifesto di Stuyvesant St, a quanto fossero legati. 
  Sfioravo le luci elettriche come fossero fragili lucciole. Scambiai qualche frase di incoraggiamento con Alan sperando mi potesse indicare l'accesso al passaggio, senza rendermi conto che stavo delirando. In cambio nessuna risposta. Passai la mano sulla superficie umida del pannello, niente. I primi dubbi iniziavano a insinuarsi. Osservavo le persone che passavano sotto di me, non una che alzasse lo sguardo. Pensai a una cartolina che avevo comprato quella mattina sulla Broadway, aprendola, i palazzi e le strade ritagliate in pezzetti di cartoncino smaltato si spostavano animando lo skyline della city. La presi dalla tasca, la aprii e vidi la statua della libertà, le Twin Towers, la sopraelevata, l'Empire State Building e i palazzi vecchi, uno sopra l'altro e nascosto nell'ombra vidi me stesso sperduto e confuso che non andavo in nessuna direzione. Irritato battei un forte pugno sul manifesto e ne fui risucchiato. 


  Ripresi coscienza nel reparto biancheria intima di Macy's. Mi alzai cercando di ricostruire i fatti, non ero pazzo! Un attimo prima ero sul cornicione di un edificio, quello dopo in mezzo a reggiseni di pizzo bianco. Euforico e confuso ripensai al balzo, la fragile istantanea sensazione dell'attraversamento, il rumore soffocato del corpo fluttuante, il vuoto. 
  Mi diressi verso l'uscita, lunghe file di vestiti attraversavano tutto lo spazio, il negozio era spaventosamente grande. Accellerai il passo fra i completi da sera, innervosito dallo spazio reso claustrofobico, volevo uscire all'aria aperta. Fuori riconobbi la city, ero a Chelsea fra la West 23rd St e la Avenue of the Americans, mi guardai intorno perplesso. Mi mancavano tanto i pensieri che mi avevano abbandonato, forse loro avevano le risposte che cercavo. Ero completamente fulminato? Non riuscivo a razionalizzare e non riuscivo a smettere di pensare, sconvolto dall'irrazionalità delle mie azioni. Cosa diavolo era successo all'interno del manifesto?



2

  Ripercorsi ancora una volta i fatti con attenzione. Da una parte i pensieri, i fuggitivi. Dall'altra una serie di passaggi dimensionali celati sotto manifesti pubblicitari. Le due cose dovevano in qualche modo essere legate, forse, solo all'interno dei passaggi avrei ritrovato i miei cari concetti. Lo trascrissi a caratteri cubitali nel taccuino anche se non sapevo da dove cominciare. 
  Vagavo per le strade in cerca di fenomeni particolari, eccezionali, che in qualche assurda maniera avrebbero potuto realizzare il mio scopo. Mi guardavo intorno, osservavo e catalogavo, la determinazione a scoprire la verità era diventata maniacale. Non c'era momento che non pensassi all'attraversamento, al confine, ma per quanto riguarda ciò che mi aspettava al di là, niente... una tela bianca. 
  Nell'East Village fra la East 11th St e Avenue B c'era la Missione del Messia, mi trovai a camminare lì davanti per puro caso. Erano le quattro del pomeriggio, il sole caldo dominava dalle creste del canyon metropolitano lungo il mio pellegrinaggio e donava al cielo della city una luminosità fatta di sfumature rosee, violacee come a presagire una catastrofe imminente. Andai oltre la cappella di mattoni rossi al cui interno si formava una lunga coda di senzatetto in attesa di un pasto caldo. Sulla facciata v'era una croce luminosa, tante piccole strisce di luce al neon seguivano un percorso evanescente, interrotte da viti e rivetti in un indecifrabile codice morse. Rimasi alcuni secondi preda di quell'alfabeto luminoso senza trarne alcun insegnamento, quindi mi lasciai tutto alle spalle e proseguii. 


  Solo alla fine del quartiere mi resi conto di ciò che avevo visto. Tornai indietro correndo e giunsi sotto la croce con il fiatone, mi concentrai, aveva al suo interno delle piccole lucine, alcune delle quali erano fulminate, me ne ero accorto solo inconsciamente prima. Formavano dei buchi, impercettibili zone di vuoto, disposte in maniera sin troppo regolare disegnavano un simbolo che non avevo mai visto prima. Non poteva essere un caso. Disegnai la croce sul taccuino, segno per segno, annotai anche quante luci fossero accese e quante no. Infine ripresi la via, convinto di aver registrato un altro tassello fondamentale del grande rebus. 
  Dovevo documentarmi, così raggiunsi la biblioteca civica fra la East 13th St e la Broadway. Raccoglieva decine di migliaia di testi storici sulla city, accatastati su polverosi scaffali, librerie di legno o persino ammassati uno sopra l'altro a coprire i muri delle pareti. Frequentai la biblioteca per alcuni giorni, forse una settimana, entrandovi al mattino e uscendovi solo quando chiudeva, il tempo si era rarefatto. Lessi della città. Il pennone dell'Empire State Building, per esempio, inaugurato nel '31, doveva superare una forza laterale di 50 tonnellate ed era destinato all'ormeggio del Graf Zeppelin. Vidi anche una foto d'epoca che li ritraeva in bianco e nero, il pennone e il dirigibile, silenziosi, casti, amanti. 


  La fotografia... la loro posizione... ma certo! Socchiusi gli occhi e guardai ancora. La posizione del Graf accanto al pennone formava una macchia scura nel cielo lattiginoso, una forma, la stessa forma contenuta nella croce al neon. Non riuscivo a crederci, il legame adesso era chiaro ma allo stesso tempo indecifrabile. Chiusi il libro dopo aver fatto un segno alla pagina e mi guardai attorno. Nessuno. Misi il volume sotto il braccio e mi inoltrai nell'oscurità dei corridoi meno frequentati. Enciclopedie e annuali. In fondo al corridoio, simulando un colpo di tosse, strappai la fotografia e me la misi in tasca. Quindi trovai l'uscita e la presi, non prima di essermi voltato un'ultima volta a guardare la biblioteca, darle l'ultimo saluto. 
  Presi la Broadway verso nord, destinazione Central Park. Era come se le gambe avessero preso autonomamente quella decisione, la mente era impegnata altrove. C'era un nesso, lo sentivo, lo sapevo, ma quale che fosse avrei faticato ancora per trovarlo.
  Mi confusi fra la folla all'orizzonte della strada, superai una coppia di amanti seduti sul ciglio della strada, quindi un gruppo di Break Dance a riposo. Inseguivo i pensieri che come un'ombra rovesciata, sempre a un passo davanti a me, non si facevano afferrare. 



3

  Osservavo il riflesso che mi veniva restituito da una mattonella ingiallita della metropolitana. Avevo la punta del naso a pochi centimetri dal muro e stentavo a riconoscermi. Attraverso la superficie di ceramica smaltata e lucida vedevo uno sconosciuto dalla barba incolta, pupille dilatate e sguardo assente, guance scavate dalla fame e profonde occhiaie, ero invecchiato. Una calda sinfonia jazz si introdusse in quel sottile spazio e mi riportò alla realtà. Guardai in direzione della musica, tre elementi: il sassofono, un nero dalla lunga chioma rasta raccolta in un panama; la fisarmonica, un vecchio gitano secco come uno spillo con un sigaro in bocca e la batteria, un ragazzotto biondo, muscoloso, che indossava una maglia degli Yankee due taglie più grande di lui, batteva gran colpi sincopati sui coperchi dei cassonetti di metallo. Venni preso all'amo di quelle note e fui trascinato come in una corrente vorticosa, lasciando a riva il mio nuovo aspetto e tutte le domande che mi assillavano. Mi sedetti a pochi passi dal gruppo e il ritmo crebbe d'intensità, così aizzai i pendolari del Grand Central Terminal - Questo ritmo è fottutamente jazz! Ma in pochi sembravano prestarvi attenzione. 


  Presi il taccuino e disegnai la scena, ignorando tutto il resto. Quando ebbero terminato mi sentii rinascere. Mi ritrovai con il quaderno in mano, come fosse un oggetto sconosciuto. Lo sfogliai ma era come se non riuscissi più a ricordare cosa contenesse, non riconoscevo i disegni e le note, tantomeno i periodi. Qualcosa la ricordavo, ma era così poco in confronto ai segni che erano registrati lì. Avevo definitivamente perso la testa? Gettai due dollari stropicciati nella custodia aperta del sax, mi voltai e me ne andai con un solo pensiero in testa: altri problemi, altre domande come se non ce ne fossero già abbastanza. 
  Il sax con i capelli rasta mi seguì per un breve tratto e mi prese per il gomito. Mi guardò dritto negli occhi e con una voce calda e profonda come quella del Lucifero di Milton, disse - Quello che cerchi, amico mio, è ovunque intorno a te. Ogni volta che posi il tuo sudicio sguardo su qualcuno o qualcosa, tu lo vedi, quello che cerchi. Devi solo avere pazienza, amico. E ora accetta un consiglio, fatti un bell'hot dog o qualsiasi altra stronzata possa piacere a voi bianchi! Ci si vede amico!
  Mi fece l'occhiolino, si girò e se ne andò. 


  Volevo dirgli un sacco di cose. Come lo sai? Mi conosci? Anche tu perdi pensieri? Mangiare? Ma le parole non volevano uscire. Iniziò invece a fischiarmi l'orecchio. Ci risiamo, pensai. Dovetti concentrarmi con tutte le mie forze esigue per domare il pensiero e rimetterlo al suo posto. Urlai, ma ne uscii a testa alta. Avevo dato proprio un bello spettacolo, ero circondato da persone che mi fissavano, così decisi di seguire il consiglio del sax e andai in cerca di cibo. Inutile dire che realizzandolo, mi venne una gran fame. 
  Imboccai la West 33rd St in Park Avenue e arrivai all'Empire State Building, che caso. Lo percorsi lentamente con lo sguardo, in su e in giù, quindi entrai. Pagai il biglietto turistico e salii i primi livelli in cerca di un ristorante, poi decisi che sarei andato sulla terrazza panoramica. Mi sedetti al banco del bar e ordinai uova e pancetta, pane tostato con burro d'arachidi, marmellata di ciliegie e caffè. La vista da lassù era un gran bell'affare, toglieva il fiato e si dominavano tutta l'isola, la baia e i quartieri del Jersey e di Brooklyn. 


  La giornata era eccellente e la prospettiva unica. Prospettiva... di nuovo quella parola. Il sassofonista aveva sollevato nuove domande. Mi persi a guardare i turisti sulla terrazza panoramica. Li immaginai come numeri, grandi numeri vestiti di tutto punto, con gli occhiali e la borsetta. Numeri che fumavano, che mangiavano, numeri che si mettevano in posa e numeri che fotografavano. Erano equazioni, generavano calcoli e diagrammi sparsi nello spazio. Un pesante 89 da nord-ovest, un rigido 71 alla sua sinistra, un 11 longilineo e gracile seguito a ruota da un piccolo 2 e un 7 scalmanati. Avevo mangiato la foglia, stavo letteralmente dando i numeri. Mi ripresi sentendo l'aroma del caffè, non riuscivo a ricordare l'ultima volta che ne avevo sentito il sapore. Mangiai con gusto, ordinai un hamburger e bevvi ancora, tenendo sotto controllo la viabilità cerebrale, sia in uscita che in entrata. Quando arrivò l'hamburger non riuscii a trattenermi e presi a contare i semi di sesamo sul pane. Non riuscivo a fermarmi, era più forte di me. Ne contai trentuno quando finalmente riuscii a portarmelo alla bocca e addentarlo. Trentuno... Trentuno, ma certo, numeri primi! Puliti, eleganti, numeri che si rifiutano di cooperare, non si trasformano e non si dividono, restano tali per l'eternità. La prospettiva, il manifesto, la croce al neon, le luci, le ballerine, il dirigibile e il grattacielo, la band, la macchina... Tutto era collegato! E prima che me ne rendessi conto ero già in strada che correvo, non avevo scoperto niente, ero solo in preda all'ennesima visione di un copione nel quale io ero solo una mera comparsa. 



4

  Nato di 3 kg e 40 grammi sulle montagne di Caltagirone, venne battezzato col nome di Daniele nella Cattedrale di San Giuliano in un giorno nuvoloso e imprecisato del 1970. Figlio di un pastore e di una sarta si era lasciato alle spalle gli anni della maturità per seguire l'antico mestiere che lo zio napoletano, il fratello di sua madre, gli aveva insegnato con tanto amore: il burattinaio. Daniele ricorda ora come fosse ieri le lezioni su Pulcinella e Colombina, Arlecchino e Pantalone, ricorda ora come fosse ieri quando decise di partire per il nuovo mondo e lasciarsi tutto alle spalle. Daniele, oggi Daniel, rivive tutta la sua infanzia mentre si trova a correre come un forsennato per le strade di Manhattan con un Brionvega da 21 pollici fra le braccia. Più forte marionetta, più veloce! Si dice. Il cavo del TV che ondeggia nell'aria alle sue spalle. I commessi del Flash Super Store dal quale Daniel è appena scappato si sono gettati all'inseguimento, non prima di aver preso con sé due mazze da baseball. Superato il tappeto di vetri infranti oltre la vetrina, seguono la traccia di Daniel e del suo nuovo televisore verso sud. 


  L'aria quel giorno era elettrica. Mi trovai a percorrere in lungo e in largo la East 31st St, convinto che quel numero fosse la chiave di tutte le questioni rimaste in sospeso. Il passaggio e i pensieri scappati, presto sarebbero stati solo un ricordo, mi ripetevo. Non avevo ancora sbrogliato l'intricata matassa, ma sentivo di esserci vicino. Raggiunsi un cartellone che parlava di teledipendenza all'angolo con Madison Ave, l'avevo catalogato qualche giorno prima sul taccuino, invitava a spegnere tutti i televisori per un giorno intero. L'appuntamento era fissato per fine mese, il 31 settembre. Ancora quel numero. Mi voltai prima a destra poi a sinistra sulla Madison, indeciso sulla direzione da imboccare. Aspettavo un segno. 
  Daniel intanto combatteva con i primi sintomi di affaticamento, i commessi con le mazze da baseball alle costole si facevano sempre più vicini. Prese anche lui la East 31st St, non aveva una meta precisa, doveva solo sbarazzarsi degli inseguitori. Io ero fermo all'angolo, leggevo il volantino di un concerto underground appeso su una cabina telefonica, ancora indeciso, quando il televisore in corsa entrò nella mia traiettoria avvicinandosi come un proiettile. Senza alcun preavviso sentii un fischio ed eccolo, l'ennesimo pensiero che veniva sparato via dalla mia testa attraverso l'orecchio. Urtò un garzone di Bella Napoli che trasportava il pranzo di qualcuno e venne proiettato lungo la strada verso ovest. Il garzone rovesciò su Daniel che passava di là proprio in quel momento, caddero insieme sull'asfalto, ribaltando il pranzo italiano e il televisore, che si ruppe in mille pezzi intrisi di spaghetti al pomodoro. Daniel si rialzò di scatto e inseguì il lampo del mio pensiero. Dunque quella era la strada. Non esitai. 


  Mi incamminai e dopo pochi secondi fui superato dai due commessi con le mazze da baseball, non mollavano, ma Daniel era ormai un puntino lontano nel traffico pomeridiano della city. Senza un motivo presi a correre anch'io. L'ultimo pensiero evaso, una scintilla iridescente, aveva terminato la sua corsa in una freccia della segnaletica stradale che indicava one way, esattamente al centro della o. La freccia indicava la direzione opposta alla mia, ma non me ne curai. Ormai lontano, all'ombra del Madison Square Garden inseguivo anch'io il gruppo in corsa. A due isolati di distanza il garzone si rialzò inebetito da terra, ignaro di cosa l'avesse colpito e si maledisse per aver perso l'ennesima consegna. 
  In quattro, nel frattempo, superammo anche la Penn Station, all'inseguimento uno dietro l'altro senza sosta. Ero stupito di me stesso, sembravo aver ritrovato il vigore fisico e la lucidità mentale persi da tempo con quell'inseguimento e per un attimo non mi sembrarono poi così gravi tutti gli altri miei problemi. Ma stavo comunque inseguendo uno sconosciuto che aveva appena distrutto un Brionvega da 21 pollici e che era inseguito a sua volta da due esili commessi del Flash Super Store muniti di mazza da baseball, quindi le cose non erano cambiate poi così tanto. 


  Giungemmo al Pier 83, ultimo avamposto dell'isola prima delle acque scure dell'Hudson. Davanti a noi c'erano i piccoli parchi del Jersey che si affacciavano sull'altra sponda del fiume, l'Elysian, lo Shipyard e il Castle Point. La corsa era terminata. Daniel si voltò e si rese conto per la prima volta di non avere più con sé la sua refurtiva. Nel frattempo i due commessi lo raggiunsero e quando lo videro inorridirono. Poco dopo arrivai anch'io, vidi quello che avevano visto loro, non credevo ai miei occhi. I commessi fecero cadere le mazze e si accasciarono a prendere fiato. Indicavano a gesti il volto di Daniel, balbettavano spaventati qualcosa di incomprensibile. Io ero bloccato. Daniel sorpreso da quei comportamenti prese a sfottere i due commessi, ma allo stesso tempo, incuriosito dai loro versi si toccava il corpo e la faccia. Quando arrivò alle tempie l'orrore si impossessò di lui. Erano lisce e piatte e fredde come la plastica. Anche il viso, le guance, il naso e gli occhi erano spariti. Al loro posto c'era un televisore dallo schermo piatto e Daniel vi passava sopra le mani in cerca della sua fisionomia ormai scomparsa. In preda al panico cadde in terra e lì iniziarono le trasmissioni. 


  Uno psicologo mostrava le carte di Rorschach al suo paziente domandandogli cosa ci vedesse. Poi un disturbo nella ricezione. Quindi un imbonitore che vendeva un cottage nella campagna del New Haven. Un'altra interruzione. Una corsa di cavalli all'ippodromo, la volata finale dei purosangue, questa volta interrotta dall'ultimo disturbo. Comparve la faccia sorridente di Daniel, mentre il suo corpo non si muoveva da terra. Vorrei raccontarvi una storia - disse. 

  In un tempo molto lontano viveva un potente sovrano che amava la propria moglie più di chiunque altro al mondo. Un giorno giunse a palazzo un mendicante, magro come un chiodo, vestito di stracci maleodoranti e dalla lunga barba bianca a coprirgli il petto, portava con sé un frutto maturo. Chiese di vedere il suo re. 
  Figlio degli Dei in terra - disse il mendicante, - sono giunto da lontano per portarti in dono questo frutto, mio sovrano, è un frutto magico! Suo è il potere di donare la vita eterna. 
  Chi mi garantisce che non sia velenoso, vecchio mendicante? - Rispose il re, - chi mi assicura che tu non voglia avvelenarmi, eh? 

  Ci fu un'interferenza, una gara di Break Dance interruppe la narrazione. Daniel rianimatosi come per incanto picchiò i pugni sulla testa-televisore e la scena tornò a palazzo. 

  Fai portare un animale, mio re, una bestia da sacrificare e vedrai con i tuoi occhi - incalzò il vecchio. 
  Venne portato un gallo, il vecchio gli diede una briciola del frutto e il gallo la beccò. Quindi venne chiuso in una cesta di paglia alla quale fu appiccato il fuoco. Esauritesi le fiamme tutti poterono vedere lo stesso gallo in salute. 
  Prodigio! - Urlò la corte. 


Il re accettò il dono entusiasta e offrì dell'oro al mendicante, ma questi lo rifiutò congedandosi per fare ritorno al nulla che lo aveva partorito. Il re valutò per settimane l'utilizzo del miracoloso frutto e decise infine di affidarlo alla moglie, che amava più della sua stessa vita. Ma la moglie infedele aveva un amante, il capitano della guardia reale. Una notte, poiché lo amava, diede all'uomo il frutto miracoloso. Ma anche il capitano, che era un uomo di mondo, aveva un'amante. Era una giovane fanciulla di campagna che l'uomo riempiva di attenzioni e regali e fu a lei che il frutto giunse infine. Il giorno seguente la fanciulla si recò a palazzo per rendere omaggio al proprio sovrano. Portò il frutto con sé e lo donò al suo re. La fanciulla venne ricompensata con dell'oro, mentre il capitano della guardia e l'amata regina, senza alcuna esitazione, con la morte. Il re prese il frutto con sé, abdicò e vestì i panni del più povero dei mendicanti e lasciò il palazzo reale, senza mai voltarsi indietro. Inutile dire che non fu più visto. 

  Lo schermo si spense. Ci guardammo tutti negli occhi, tranne Daniel che non li aveva più, nessuno osava aprire bocca. Nello sbigottimento generale lo schermo si riaccese per la parata cittadina. Bandiere e palloni aerostatici sorvolavano l'Avenue of the Americans mentre comparse di ogni genere vestite a festa incitavano la folla e i palloncini si levavano nel cielo terso solcato dai coriandoli della bandiera americana. 


  Ti rendi conto di avere un TV al posto della testa? - Chiesi al ragazzo. 
  Si. Credo che le cose stiano così adesso. Ma ho attraversato momenti peggiori - rispose lui. 
  C'è la sfilata adesso. Ci dovrebbero essere i tuoi occhi, il tuo naso... - Replicai. 
  Questo particolare mi sfuggiva, ma ti ringrazio - disse. Poi si rivolse ai commessi - ora, se volete scusarmi, non ho più niente che vi appartiene e mi pare che la storia sia stata digerita. Vi auguro buona giornata, signori. 
  Quindi si voltò e si incamminò lungo la banchina e poi per strada e sparì per sempre dietro il grande edificio in mattoni rossi che si affacciava sul fiume. I commessi non avevano ancora detto una parola, erano completamente confusi, sembravano come Alice nella tana del coniglio. 
  Dissi loro che era ora di tornare a casa, di non dimenticarsi di Daniel e della sua storia bizzarra e di parlare di una banda di teppisti armati che li avevano colti di sorpresa, se avessero avuto problemi col principale una volta rientrati in negozio. Sù, andate ora - li incitai, mentre li allontanavo a gesti con le braccia. Poi rientrai anch'io, ridiscesi l'isola verso Soho e camminai per tutta la sera e tutta la notte. 



5

  La mattina seguente, seduto su una panchina nella trafficata Park Row trascrissi gli ultimi avvenimenti sul taccuino e ripensai al senso della storia che Daniel aveva raccontato. Quale che fosse la sua morale, non capivo cosa c'entrasse con i miei problemi. Improvvisamente ebbi voglia di attraversare un altro portale, ma la smorzai subito per paura di complicare ulteriormente la mia situazione. Una cosa era certa, dopo tutto quello che avevo vissuto, avevo capito che in un luogo del genere, ogni cosa seguiva il suo corso e a volte, solo a volte, queste tracce si intersecavano e generavano piccole e brevi correnti impazzite che procedevano e risucchiavano chiunque vi si trovasse nel mezzo. Non potevo cambiare il corso di quegli eventi, non potevo ripercorrerli né deviarli, ma una cosa la potevo fare, registrarli, ricordarli e lasciarmi trasportare senza troppe domande da quei momenti e dalla loro incomprensibile singolarità. Forse era questo il senso di tutto. Forse ero destinato a possedere un numero circoscritto di pensieri e ogni volta che ne generavo di nuovi o li acquisivo dall'ambiente circostante, ero costretto a disfarmi di altri. O forse, no, erano solo altre fantasie. 
  Presi il taccuino e lo sfogliai da principio con molta attenzione. A metà mi resi conto di una storia senza trama e senza senso che sembrava prendere corpo da infinite e insignificanti vicende che vi erano appuntate, una storia composta da tanti piccoli frammenti visionari. 


  Guardai il cielo terso di quel mattino, non c'era neanche una nuvola e l'aria era fresca e frizzante. Guardai i canyon di grattacieli che increspavano l'orizzonte e il viavai di persone che riempivano le strade attorno a me. Che meravigliosa città, pensai. Poi mi incamminai a sud, volevo vedere il porto e prendere il primo traghetto per Liberty Island e da lì voltarmi a guardare lo skyline della city. La strada era in ombra, l'illuminazione urbana era da poco cessata, il vento fischiava fra gli alberi, pensai che fosse arrivato l'autunno. Tra Nassau St e la Fulton trovai una porzione di marciapiede soleggiato e da lì vidi un grande orologio digitale sulla facciata di un grattacielo. Segnava le 8.59 dell'11 settembre 2001. Le luci a intermittenza cambiarono. Nove gradi centigradi. Poi ci fu la prima esplosione. 


14.5.11

Introduzione a New York Stories

Città di orge, vagabondaggi, feste,
Città che l'esser io vissuto, l'aver cantato in te renderà
  un giorno famosa,
Non le tue cerimonie, le mutevoli scene, gli spettacoli
  valgono a ripagarmi, 
Non le distese interminabili delle tue case, non i vascelli ai
  moli, 
Non i cortei per le strade, non le illuminate vetrine ricche
  di merci, 
Non conversare con dotte persone, o recitare la mia parte
  in serate e in feste; 
Non tutto questo, ma, mentre passo, o Manhattan, i frequenti
  e rapidi lampi degli occhi che m'offrono amore, 
Che offrono corresponsione al mio - questi mi ripagano, 
Soltanto amanti, perenni amanti, possono ripagarmi. 


Città di Orge - Walt Whitman

6.5.11

Una deviazione



Se in una delle mie tante vite Stefano Picarazzi mi fosse stato compagno di parole notturne avremmo condiviso soste accovacciate sotto le fenditure del Palazzo Pretorio: davanti agli occhi il Bacchino del Tacca, intento dal Seicento a far da fontana col suo cinci al vento; sopra la testa il precipizio tra le smerlature e noi in attesa e sfida: a chi dei due il Piccione avrebbe cacato sulla testa? Come me, Stefano non avrebbe barato. Come me non avrebbe portato né coppola né berretto né basco né cappello. Va’ a sapere in quale luogo – in quale ucronìa – questo ragazzo è diventato Linguaggio? Dice Picarazzi: “Mi piacerebbe che tu scrivessi la mia biografia”. Incerto tra “Wow” e “Miiiiiii”, scelgo “Minchia!”. Convengo che è la decisione giusta: non so niente di lui. Ma io so che lui sa la cosa essenziale: non ha “biografia”. Altrimenti non m’avrebbe offerto di giocare con la sua vita. So quel che vedo. Vedo che la vita di Stefano c’era prima delle sue date e dei suoi luoghi, cioè vedo che consiste nel preciso momento in cui io vado nel luogo dove so di trovarlo. Lui è lì. Il nostro sguardo si incontra ogni volta in un punto illusorio tra la rammemorazione infinita e l’appuntamento per l’indomani. Non diciamo più nemmeno la frase “ci dobbiamo parlare”. Di che cosa? Dei “fatti”? 

Picarazzi ha un’età indefinibile tra i tre anni di Georges Bataille e i secoli di Noè. Quello che è non l’ha di certo imparato nel tempo. Dove avrebbe potuto imparare la Grazia dell’assenza di metodo? La benedizione del Lichtung? Per esempio, Stefano Picarazzi è anche Ste Fanzini. Ma non come Boris Vian è stato Vernon Sullivan. E nemmeno come Galileo è stato Sidereus Nuncius. Come niente. Oppure come “perché sì”. Ho davanti agli occhi più o meno quegli oggetti che sono riprodotti in queste pagine e che vengono esposti in forma di “mostra” in giro qua e là. L’unica cosa che assomigli ad una biografia. Già dire questo è un vizio letterario, ma sempre meglio che chiamarli quadri oppure Opere dell’Artista. Pura cretineria poi sarebbe situarli, questi oggetti – queste Forme – nella barzelletta delle Epoche e degli Stili. Come un Umano integralmente inscritto nella sua Essenza, e dunque non come artefatto della Storia, Stefano Ste Picarazzi Fanzini, piglia in mano un foglio, una superficie o uno schermo di luce, e vi traccia quel che gli pare, quel che gli appare. Lascia tracce di sguardo, di Iki, di passi, di costrutti, di bàttiti. Ma non lasciamo smarrita nelle righe qui sopra l’espressione “quel che gli pare e appare”: forse non sono stato mai così vicino a dire una Cosa di Stefano Picarazzi: quel che gli pare è dunque il contrario dell’arbitrario, del capriccioso, del bizzoso: quel che gli pare è quel che gli appare: quel che il Sein sornione e accudente gli détta, Stefano lo fa. Ma anche il Leonardo faceva così, sei già pronto a dire. E i  popoli scritti nel mito della forma e della liturgìa non facevano così? Come i Dogon africani, per esempio. E non faceva così Picasso, un po’ per delirio un po’ per quattrini? E quello che io considero il più grande disegnatore del secolo XX, Marco Carnà, non ha sempre fatto così? Sì ma avevano modelli o, con la maestria del tempo e delle dottrine, di ogni modello fissavano un metodo. Ma questo spaesato viandante del segno che mi sta qui davanti, che modelli ha? Non c’eravamo tutti messi d’accordo – almeno dai tempi di Gombrich e Adorno e Warburg – sulla fine dell’Arte!? E non s’è forse modificato il braccio del Mestiere? E la misura dell’Archetipo? E lo Stile? Non lo vedete che l’hanno cacciato tra il quadrilatero della moda e alfonso signorini? E i monumenti funebri al Moderno – i James Joyce, gli Schonberg, i Mario Merz – non li vedete ficcati a forza negli Expo e negli Eventi, loro che sembravano chiamati a sventrare gli spazi aperti del secolo XX… Scusa se ti do del Lei, Lettore: ma lei ha una pallida idea di come vive oggi un ragazzo – e per giunta figo – che può fare quel che gli pare/appare?

Torniamo al Tu. Guàrdati tutte queste Cose di Stefano Picarazzi. Spòstati dalle pagine e mettiti davanti alle loro trasformazioni in “Quadri appesi” da qualche parte in Mostra. E non cercare di chiamarle per nome. Làscia che siano loro a chiamarti.
Potrai dire che non tenevi chiusa la porta di casa quando Stefano Picarazzi – viandante dell’essere – passava di lì. Che l’hai fatto entrare senza chiedergli il Nome. E non ti sei più fatto abbandonare. 

Girolamo Melis

27.4.11

Giro di schiaffi







A prima vista, analizzando il lavoro pittorico di S.
si colgono i movimenti disarticolati del colore:
contrasti, dilatazioni, esplosioni. Corruzioni cromatiche, 
che confermano la volontà dello stesso 
di conoscere le regole esaltandone la rottura.

Ma S. non si ferma solo al colore, all' interno dello spazio 
compie una sorta di reportage pittorico della contemporaneità, 
in cui il fruitore è invitato a cogliere attraverso metafore, 
gli aspetti catastrofici della quotidianità.

Ad un  secondo sguardo, ho provato ad analizzare le sue opere in bianco e nero, 
desaturandole: nel corso della nostra amicizia gli ripetevo sempre 
che se una cosa funziona in bianco e nero allora funzionerà anche a colori.
Ho avuto la sensazione che S. questa lezione l'abbia imparata e anche bene. 

Denis Guidone


24.4.11

Il vino finì in fretta e ordinai un'altra bottiglia












Quando mi interrogano sulla mia professione, mi sento imbarazzato: divento rosso, balbetto, io che altrimenti sono noto per essere un uomo disinvolto. Invidio la gente che può dire: faccio il muratore. 
Ai parrucchieri, ai ragionieri, agli scrittori invidio la semplicità delle loro professioni; queste professioni si spiegano da sole, non richiedono ulteriori chiarimenti. Io invece sono costretto a rispondere a queste domande: rido. Un'ammissione simile ne richiede altre, perché anche alla seconda domanda "Vive di questo Lei?" devo rispondere "sì"; il che risponde al vero. Vivo realmente del mio riso e vivo bene perché il mio riso, per esprimersi commercialmente, è richiesto. Rido bene, ho imparato a ridere, nessun altro ride come me, nessuno conosce come me le sfumature di quest'arte. Per molto tempo - per sfuggire a noiose spiegazioni - mi sono definito attore, ma le mie qualità mimiche e recitative sono così povere che questa definizione non mi è sembrata rispondere a verità e la verità è: rido. 
Non sono né un clown, né un comico, non rallegro l'umanità, ma rappresento l'allegria; rido come un imperatore romano o come un sensibile giovinetto candidato agli esami di maturità, il riso del XVII secolo mi è così familiare come quello del XIX e - se il caso lo richiedesse - rido tutti i secoli, tutte le classi sociali, tutte le età. 
L'ho semplicemente imparato, così come si impara a risuolare le scarpe. Il riso d'America riposa nel mio petto, il riso d'Africa, riso bianco, rosso, giallo - e per un onorario adeguato - lo faccio risuonare così come esige la regia. 
Sono diventato indispensabile, rido sui dischi, sui nastri magnetici e i registi dei radiogrammi mi trattano con riguardo. Rido melanconicamente, con misura, istericamente - rido come un controllore del tram o come un apprendista nel negozio di generi alimentari: come si ride la mattina, la sera, di notte e al crepuscolo, in breve: dovunque e quando ci sia da ridere, io rido. [...]

Einrich Böll - L'uomo che ride